Bosozoku 暴走族

Anni '50. il mondo usciva dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Americani andavano a caccia di comunisti, gli Italiani conoscono la Televisione e un tizio di nome Aaron diventa famoso. Elvis Aaron Presley per essere precisi.

Il Giappone era una di quelle nazioni che dal conflitto ne usciva peggio. Dovevano rimettere insieme i pezzi di una nazione sconfitta e divisa tra l'epoca d'oro, ormai lontana nel tempo, dell'Imperatore, e il vento progressista della democrazia, che già in Europa aveva cambiato la direzione, e il colore, delle bandiere dei palazzi di potere.

I giovani Nipponici, specie la fascia compresa tra i 16 e i 20 anni non ci sta. Non si riconosce in quella società che adesso li vuole moderni, inquadrati e "mainstream", una società che, come le altre, inizia a guardare al modello americano. E così come in America, per opporsi agli adulti bacchettoni, James Dean & co. diventano "Ribelli senza una causa", così fanno i Giapponesi, ispirandosi proprio all'America.

Nascono i "Kaminari zoku", gli antenati di quelli che sarebbero stati i Bosozoku. Ragazzi tra i 16 e i 20 anni, non ancora maggiorenni in Giappone, e per questo impossibilitati a guidare auto, ma autorizzati invece a possedere una moto. Capelli greaser e look da pilota di caccia: tute da volo, anfibi, giacche con patch che rimandavano alle insegne imperiali e fascia bianca nei capelli, i "mototeppisti" si sentivano come i piloti kamikaze dei Mitsubishi Zero, e molti di loro agli inizi erano infatti piloti tornati vivi dalla guerra.

Le loro moto poi: moto nipponiche di grossa cilindrata, customizzate mischiando lo stile delle caffè racer a quello dei chopper Yankee. Cupoloni da moto da gara, ma montati più in alto e molto inclinati all'indietro, spesso quasi verticali, selle con schienale alto, vernici brillanti e shakotan, tubi di scarico alti all'inverosimile e dalle forme improbabili. Il centro di questa sotto-cultura era la prefettura di Aichi, seguirono Tokyo, Osaka, Ibaraki e Fukuoka.

Le bande giravano per le città provocando disagi ai cittadini, zigzagando nel traffico, rallentando gli automobilisti e compiendo atti vandalici, che spesso sfociano in risse, il tutto accompagnato da un assordante rumore di scarichi truccati, colonna sonora costante delle loro scorribande.

Arrivano gli anni '80. Il movimento adesso ha un nome, "Bosozoku", tradotto letteralmente "tribù della velocità spericolata". Il nome, ovviamente, fu coniato dai media, non di certo dagli adepti alle bande, che proprio si opponevano al sistema e alle sue etichettature. Il movimento raggiunge un picco di popolarità nell'82. I dati della Polizia di quell'anno, riportano il numero di 42.500 mototeppisti, divisi in centinaia di bande sparse per tutto il Giappone. Gli stessi poliziotti ormai non cercano neanche più di arrestarli, si limitano a scortarli nelle loro scorribande, evitando che facciano danni troppo seri. Loro si sentono impuniti, e la loro popolarità è alle stelle, il movimento viene celebrato e raccontato in film, anime e fumetti, e la Yakuza recluta tra di loro i suoi adepti. I Bosozoku hanno conquistato il Sol Levante.

Gli shakotan, in Giappone, ormai non ruggiscono più, non ci sono più le cavalcate di centinaia di motociclisti e nessuno vuole più sembrare un pilota di caccia

Armellino Raffaele

2011. La crisi si fa sentire, anche in un paese forte e industrializzato come il Giappone. Comprare le moto e modificarle costa troppo, e sempre più bande cambiano mezzo, passano agli scooter. Anche l'atteggiamento della Polizia è cambiato: ora ci sono telecamere dappertutto, e se ti beccano beh, non la passi liscia come prima. Il movimento perde popolarità, adesso conta solo 9.000 adepti, a Tokyo, dove negli anni '80 se ne contavano circa 5.000, adesso sono rimasti appena un centinaio. Nessuno più vuole sentire neanche quella parola, Bosozoku, adesso si fanno chiamare Kyushakai, vestono casual, hanno detto addio e alla criminalità e iniziano a vedersi anche donne tra le loro fila, se ne vanno in giro tranquilli. Gli shakotan, in Giappone, ormai non ruggiscono più, non ci sono più le cavalcate di centinaia di motociclisti e nessuno vuole più sembrare un pilota di caccia. Restano le vernici brillanti, resta la passione per le moto, anche se ridimensionata, e resta la convinzione che il Giappone sia cambiato. Che sia un bene, o che sia un male.

Armellino Raffaele

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